Il mio paziente al centro, sempre

Il mio lavoro, la mia missione

Negli anni la chirurgia del piede ha presentato sempre più frequentemente commistioni con l’ortopedia, la chirurgia plastica ricostruttiva e la chirurgia estetica. E’ importante dunque chiarire che chi affronta un intervento chirurgico, ha la possibilità di curare diverse patologie e migliorare non solo l’appoggio plantigrado, ma in generale i diversi aspetti legati alla postura e al ciclo del passo, il tutto sempre affiancato da un corretto lavoro propriocettivo, al fine di migliorare la sensibilità attraverso cui l’organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno.

La valutazione radiologica serve solo in parte al fine diagnostico; sono fondamentali anche un esame della deambulazione e del movimento articolare in clinostatismo. Accade spesso che un piede con un referto radiologico di normalità, possa svelare al movimento una instabilità articolare o una aumentata pronazione. Questo primo approccio permette di distinguere i pazienti in tre gruppi, a seconda del tipo di trattamento: podologico, fisioterapico o chirurgico. E, in effetti, spesso questi si intersecano.

Il plantare, che nel bambino può curare e risolvere anche un vizio morfologico strutturale, nell’adulto va inteso come una terapia di supporto che solo con un uso costante può aiutare a stabilizzare il quadro patologico.

Parlando con i miei pazienti mi sono reso conto che la chirurgia del piede rimanda immediatamente a un’idea di dolore, seguita dalla paura di restare su una sedia a rotelle.  Come in tutte le pratiche sanitarie, ovviamente esistono rischi. Rischi che tuttavia vanno commisurati all’obiettivo che un paziente si pone, in comune accordo con il proprio medico.

Il trend attuale sembra essere quello di operare tutto e tutti; questo comporta numerose problematiche e malintesi, perché spesso i pazienti decidono per l’intervento senza aver chiaro in testa in cosa esso consista e senza avere un’idea precisa di cosa comporti il percorso intrapreso.

Perché accade questo?

Di certo il bisturi facile di molti colleghi, spesso per necessità di far numeri , è agevolato dal Paziente che passa da diffidente ad affascinato dal camice bianco in men che non si dica. Una deformità, una patologia, il dolore non son paragonabili a un problema per cui si compra una prestazione: ogni caso è diverso dall’altro. Ogni richiesta è’ diversa da una altra.

Denominatore comune è’ la necessità di studio del singolo caso questo studio potrà magari portar a dire di no a un paziente.

È importante mettere a conoscenza il paziente dei rischi e delle opportunità che ogni intervento presenta e valutare di comune accordo quale sia la strada ottimale da percorrere. Non bisogna farsi sedurre dall’illusione di un recupero tempestivo o di un intervento affrontato con leggerezza.

Un esempio su tutti: la protesi alla caviglia, che negli ultimi anni sembra essere diventata un’operazione all’ordine del giorno, in passato veniva consigliata solo in casi davvero gravi. Con le ultime tecnologie e le più moderne protesi, invece, le indicazioni chirurgiche sono lievitare fino a portare alla chirurgia anche pazienti in età giovane e con richieste funzionali importanti.

E’ importante rendersi conto che una caviglia con protesi  difficilmente potrà sopportare lavori usuranti, salti; camminare su terreni accidentati o affrontare sport estremi. Una accurata valutazione della richiesta funzionale è necessaria per dare la corretta indicazione.

Il chirurgo del piede non è un meccanico e neanche uno scultore ma un esecutore di un progetto studiato assieme al paziente